home
Beatles o Rolling Stones?
Amarcord
 
 
 
Nel 2012 è caduto l'anniversario dell'uscita dei primi dischi dei Beatles e dei Rolling Stones, due complessi che, in due direzioni diverse, hanno partecipato alla storia della musica. Dai Beatles è partito quello che sarà chiamato il progressive cioè un rock di ricerca ma un tipo di progressive con una costante attenzione alla cantabiità. Dai Rolling Stones prende il via il rock più viscerale che si nutre di concerti dal vivo assai hard, senza mai perdere di vista le radici blues e nere, anche quando si strizza l'occhio a tendenze più alla moda.

L'ex sindaco di Roma Veltroni ha voluto organizzare, nell'autuno del 2002, una performance, con mostre, incontri e concerti, che ricordasse ch’è dall’Ottobre del 1962, quando uscì il 45 giri Love me do, che i Beatles hanno invaso il mondo, allargandone i confini (il primo singolo dei Rolling Stones, Come on, uscì sei mesi dopo).

L'inizio del Duemila ha visto il riproporsi di molti vecchi leoni. Nel 2001 è uscito il Cd postumo di George Harrison, Brainwashed, e il doppio live di Paul McCartney, registrato durante la tournée americana della scorsa stagione. Sono inoltre uscite le antologie di Elvis Presley, che iniziò a cantare 10 anni prima dei Beatles; le tre grandi raccolte, quella con i successi di David Bowie, Best of Bowie, quella con il meglio degli U2, degli anni 1990-2000, e le “40 leccate”, Forty Licks, dei Rolling Stones, sempre in tour per gli Stati Uniti (e anche in Europa  nella Primavera-Estate 2006). Inoltre sono usciti i cd di Bruce Springteen, dell’ex Genesis Peter Gabriel e del “chicano” (emigrante messicano) Santana. Senza contare che Bob Dylan è oramai in tour perenne (a un ritmo di 150 concerti all’anno) e che perfino gli Who, il gruppo rock londinese formatosi nel 1964, sono tornati sulle scene. “Everything went young in 64!” dichiarò Andy Warhol. Feticci o geni?
 
La storia dei Beatles e dei Rolling Stones è famosissima, non c’è bisogno di ripercorrerla qui. Sono 50 anni che si ascolta e si parla di loro, evidentemente hanno centrato il modo di prensentarsi, di cambiare i costumi e di sintonizzarsi sull’immaginario collettivo, hanno toccato tematiche culturali in maniera talmente efficace da fare di loro due punti di riferimento imprescindibili per la cultura (musicale) del secondo Novecento. L’adeguatezza delle loro proposte ai tempi è fuori discussione, così come l’intelligenza e l’abilità nel come presentarle. Sono lavori ancora validi, culturalmente e per la musica in generale, non solo per quella che si definisce “rock” o “leggera”, ma anche per quella “dotta”, infatti importanti compositori (Berio su tutti), come del resto molti intellettuali, si sono interessati a loro. Hanno creato due diversi stili che sono rimasti come categorie e(ste)tiche.
 
Esiste una macabra hit-parade, ch’è quella formulata dalla rivista statunitense “Forbes”, la quale prende in considerazione gli introiti degli artisti defunti: al primo posto c’è Elvis Presley (con 37 milioni di dollari per il biennio 2001-2002), seguito dal vignettista Charles Schutz, dagli ex Beatles John Lennon e George Harrison, quindi da Bob Marley, Jimi Hendrix etc. (per curiosità, solo undicesima è Marylin Monroe). Anche questo vuol dire qualcosa, comunque: che questi personaggi continuano a creare senso.
 
La musica dei Beatles è suddivisa, grosso modo, in due periodi, il primo beat legato alla ripresa, filtraggio e riproposta degli stilemi del rock’n’roll, il secondo, più colto, incentrato sulla ricerca di sonorità nuove, costruite nel montaggio in studio (questa è la ragione che impedì loro di tenere concerti nell’ultima fase). Il primo periodo riguarda più il costume (vi ricordate gli stivaletti, i capelli a caschetto e il modo nuovo di affrontare la vita?) e lo svecchiamento della musica di allora, mentre il secondo ha un valore artistico indiscutibile, raggiunto ancora ma ahimé per poco, da Lennon (mentre McCarthey, l’altro firmatario delle composizioni beatlessiane, senza il rigore tagliente di Lennon, ha continuato e continua a fare buoni prodotti, ma senza raggiungere i livelli della prima ora). “Lennon era l’eroe intellettuale, tagliente, ironico, stanco del mondo; McCarthey era il sognatore, sentimentale, belloccio, scalpitante /…/ quando furono fatti baronetti, Lennon restituì alla regina le sue onoreficenze per protestare contro le guerre in Biafra e in Vietnam” (così scrive il giornalista tedesco George Diez, in un libro, uscito per la Feltrinelli nel 2001, dal significativo titolo Beatles contro Rolling Stones). “Deviazionismo ideologico” era l’accusa che, negli anni Sessanta e Settanta, Fidel Castro rivolgeva ai Beatles, ma di recente anche il buon Fidel s’è ravveduto e ha inaugurato all’Avana nientemeno che una statua di Lennon, dichiarando: “ciò che lo rende grande è il suo pensiero, condivido i suoi sogni”. Il fatto è che quei sogni, a differenza di altre utopie che sono rimaste illusioni, si sono concretizzati in suoni.

Anche gli Stones (i “Rolling” come dicevamo quando eravamo giovani) furono legati, all’inizio, ai grandi americani del rock’n’roll, come Presley, Little Richard, Jerry Lee Lewis, al pop e allo skiffle britannico dei vari Billy Fury, Cliff Richard, Adam Faith, ma forse ancor di più furono avvinghiati al blues, per esempio a quello di Muddy Waters e Bob Diddley, ed è proprio qui la prima differenza dai Beatles, perché la musica blues li porta su un terreno più duro e protestatario (di cui Simpaty for Devil ne rappresenta il culmine), “voce degli hooligan” fu detto, un terreno che continuerà ad essere coltivato da Keith Richards (soprattutto nelle sue esibizioni solistiche staccate da quelle del Gruppo). Dalla metà degli anni Settanta ha inizio una fase centrifuga che porta gli Stones a miscelare, su una base costante che rimane rock-blues (con qualche country ballade), il raggae, la disco etc., cercando di sintonizzarsi sulle varie tendenze. E questa è un’altra differenza dai Beatles; infine è da sottolineare come gli “Stones” siano animali da palcoscenico (il loro leader, Mick Jagger, è davvero il più imitato front line della storia) e il richiamo del concerto li nutre, dai grandi raduni degli anni Sessanta ai mega tour odierni.
 
I Beatles rappresentano la tipologia di una canzone d’autore molto evoluta, costruita, intellettuale, che però sa concedersi a un ascolto di forte impatto emotivo e molto suggestivo, per questo il loro pubblico è generalistico e vastissimo. Gli Stones perpetuano il mito del vagabondo, del ribelle, del teeneger (alla James Dean), espresso con toni hard, ed è per questo che il loro pubblico è prevalentemente quello del rock, più tagliato su un genere viscerale che sta fra il ballo (radice rock’n’roll) e la protesta (radice blues) e che meno si concede a raffinatezze.
 
Nell’Ottobre scorso, a New York, una giuria di 700 fra musicisti e discografici ha decretato Satisfation la canzone più bella della storia. Al secondo posto Respect di Aretha Franklin; al terzo Stairway to Heaven dei Led Zeppelin; quindi Like a Rolling Stone di Bob Dylan; poi Born to run di Bruce Springsteen; Hey Jude dei “Beatles” è nona, mentre Imagine di Lennon è decima. La leggenda vuole che Satisfation sia stata scritta (nel 1965) da Keith Richards dopo un inquieto sogno, certo è che sulle note di quella canzone hanno ballato e urlato intere generazioni. Val la pena concludere con qualche verso, attualissimo, di questo brano:
 
“Quando guido la macchina / e quell’uomo viene fuori dalla radio / e mi parla, continua a parlare, insiste, / con qualche inutile informazione / non posso essere soddisfatto. / Quando guardo la TV / e quell’uomo viene fuori per dirmi / come possono essere bianche le mie camicie / non posso essere soddisfatto…”
 
 
 
 Da Renzo Cresti, nella Rivista "Il Grandevetro" n. 58, Santa Croce sull’Arno, Febbraio 2003.



http://www.thebeatles.com/

http://www.rollingstonesitalia.com/



Gli Stones visti da Scorsese
 
La passione di Martin Scorsese per la musica blues e rock è risaputa, la racconta lui stesso nei suoi film, per esempio Woodstock e From Mali to Mississippi. Sul blues ha realizzato un progetto, promosso dal Senato degli Stati Uniti, su sette monografie sull’epopea della musica nera. Sul country-pop ha realizzato il film su Bob Dylan. Ora Scorsese ha messo in piedi una nuova biografia, nientemeno che su The Rolling Stones che lui ama sin dai tempi di Mean Streets, in cui per avere i brani Tell me e Jumpin’ Jack Flash fece spesi folli. Il film s’intitola Shine a Light, titolo ripreso da una canzone degli Stones e che suggerisce il bagliore emotivo che questa band straordinaria comunica.

Gli Stones sono stati ripresi nel settembre 2006 durante due concerti tenuti al “Beacon Theatre di New York, realizzati per la Fondazione Clinton ed è stato proprio l’ex Presidente degli Stati Uniti a presentare i concerti. A un anno di distanza il film è stato presentato – fuori concorso – al Festival di Berlino, quindi è uscito anche nelle sale italiane. Alla presentazione ufficiale a Berlino c’erano addirittura 400 giornalisti, durante la conferenza stampa Scorsese ha dichiarato che per il film non c’era sceneggiatura, gli Stones hanno fatto il loro concerto e il regista ha ripreso, poi il film è nato in sala di montaggio: ognuno sul palco era seguito da una macchina da presa e Scorsese ha infine scelto le immagini migliori. Il regista aveva sistemato ben 18 macchine da presa, che riprendevano i primi piani di Mike Jagger, davvero un front-man assolutamente incredibile, e le numerose sigarette di Keith Richards, straordinario nei duo chitarristici con Ronnie Wood.

Il regista ha utilizzato la macchina da presa come un microscopio che segue ogni movenza dei corpi e dei visi dei musicisti, per realizzare questa antologia di emozioni  Scorsese ha messo insieme molti grandi direttori della fotografia: i premi Oscar Robert Richardson (The Aviator, JFK), John Toll (L’ultimo samurai, Braveheart), Andrew Lesnie (la trilogia de Il signore degli anelli), Robert Elswith (Il Petroliere, Magnolia), i candidati agli Oscar Stuart Dryburgh (Lezioni di piano) ed Emmanuel Lubezki (Il mistero di Sleepy Hollow) ed Ellen Kuras (Se mi lasci ti cancello), il risultato è eccellente e le riprese dal vivo sono intervallate da spezzoni storici sulla band, tra cui un giovane Jagger che nel 1972 alla domanda “a sessant’anni pensi di fare quello che fai ora?” risponde con un preveggente “certamente”.

Rispetto ai film sugli Stones degli anni Sessanta e Settanta questo delude un po’ per la mancanza di quella feroce critica sociale che accompagnava non solo gli Stones ma la cultura dell’epoca oggi omologata e appiattita; certo non può essere un gruppo musicale a stravolgere questa globalizzazione delle merci, ma l’imborghesimento anche di gente che cantava la “simpatia per il diavolo” è tristemente sintomatica dei tempi mercenari in cui viviamo. Anche musicalmente certi vecchi documentari emozionano di più del film di Scorsese il quale ha fatto una scelta molto discutibile ch’è quella di riprendere gli Stones in un teatro invece che in un’arena o in uno stadio, loro che sono animali da grandi scenari. Scorsese ha preso questa decisione dopo il concerto degli Stones a Rio de Janeiro, dove suonarono davanti a due milioni di persone, impressionato e preoccupato. Il piccolo palco di un teatro limita però parecchio Mick Jagger nei suoi infiniti movimenti, inoltre non si percepisce quell’atmosfera ubriacante dei celeberrimi concerti della “band più grande del mondo”. È comunque un film che trasmette adrenalina pura in purissimo stile rock.
 
 

http://www.rollingstones.com/






Renzo Cresti - sito ufficiale