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Il secolo dei senza terra
Il secolo dei senzaterra



Il Novecento s’è chiuso come il secolo dei senzaterra. Più di 22 milioni sono i profughi nel mondo e masse di uomini arrivano in Europa, a rischio della vita, lasciano le loro famiglie e le loro terre per rifugiarsi da noi, popoli grassi e cinici. Secondo i dati dell’O.N.U., basterebbero i beni delle 400 persone più ricche del mondo per eliminare la fame, le malattie e l’analfabetismo. Grandi masse in movimento, grande mercificazione. Da questo punto di vista il cosiddetto "villaggio globale" non è molteplice, ma univoco, infatti "il linguaggio vittorioso dell’economia e della tecnica" – scrive Massimo Cacciari – "esige un unico spazio, un unico concetto di spazio / …/ tendenza dell’epoca all’unità globale" e al pensiero unico, che significa dominio del politico-manager. La tendenza all’omologazione è uno dei pericoli maggiori che la musica corre, in questo fine secolo/millennio.

Nelle riflessioni dei politici e degli economisti è presente, oramai da alcuni anni, la brutta parola "globalizzazione" che dovrebbe sintetizzare concetti assai complessi come nazioni senza confini, società multirazziali, economie controllate da pochi e potenti centri economici e finanziari. Globalizzazione significa invece controllo del mondo da parte di un sovra-Stato/Azienda che pone quale suo compito principale quello di far tornare i conti, secondo una logica non politica, ma squisitamente monetaria. Stiamo osservando attoniti il tramonto dell’alta politica, a favore di una gestione non dei problemi della polis, ma di quelli frazionati dei gruppi del potere economico. Lo stesso potremmo dire per la musica, la quale sembra aver perso i valori propriamente culturali per rincorrere pseudo valori personalistici.

Globalizzazione dovrebbe significare, prima di tutto, visi diversi, tradizioni e culture antropologiche che s’incontrano e che dovrebbero abitare lo spazio vitale in pace. Lo spazio della musica dovrebbe quindi raffigurarsi come uno spazio aperto e trasversale, approdando a una sorta di geo-musica.

Le culture diverse si dovrebbero connettere fra loro perché all’una manca la verità dell’altra, ma proprio in questa mancanza occorre riconoscere ciò che le accomuna.

La civiltà è un pactum = pace.

I vari linguaggi dovrebbero confrontarsi, senza essere idealisticamente ricondotti a un’unità superiore. Nessun progresso, così come lo intendeva la filosofia di stampo ottocentesco, è possibile nelle cose della cultura che sospendono la concezione del tempo storico rettilineo, per realizzare una sorta di contemporaneità di tutti i tempi (è per questo che i capolavori rimangono sempre tali). Nella temporalità particolare dell’opera d’arte la storia viene sempre attualizzata e si tramuta in un eterno presente.

Ogni linguaggio, come la cultura, è sempre plurale.

Bisogna pensare al linguaggio come cosa plurale nella sua essenza, fluttuante e instabile, pensiero basato su un’anti-metodologia dalle mille possibilità per giungere alla plasticità dell’oggetto finito. In tal senso la tradizione idealistica e razionalistica che l’antica Grecia ci ha tramandato volge davvero al termine, con lo sguardo a est, dov’è crollato l’impero sovietico, dove il mondo mussulmano avanza, dove Calcutta rimane città di dolore, dove guerre e fame spingono gli ultimi a tentare la fortuna in occidente. Ma est è anche il punto cardinale da cui nasce il sole.

Il tramonto della cultura forte dell’Occidente, comporta anche la fine del suo predominio linguistico e artistico, o meglio comporta il ripensare alla scala dei valori tecnici ed estetici che hanno regolato la visione della lingua, dell’arte e del mondo dell’uomo occidentale. La musica deve entrare a cuneo nelle strettissime maglie del pensiero unico, scavare dei cunicoli e conquistare uno spazio vitale alle ragioni dell’arte.

Oggi i linguaggi della democrazia mettono in atto un sistema di sradicamento, in quanto i suoi comportamenti presuppongono un’assenza di sede, di dimora, per realizzare un’ethos del pellegrinaggio e questa etica deve sostanziare la nuova estetica. Nei momenti di trapasso l’arte gode del vantaggio di una maggiore libertà, quindi la musica può suggerire alcune proposte, il futuro non può attendere.

Alla fine del millennio siamo ritornati a temi da tardo impero, si assiste al passaggio dal concetto di libertas a quello di securitas, ossia all’approdo verso l’egoistico possesso, sicuro e garantito, dei propri beni, da godere con ogni comfort, lasciando fuori il nero, lo sporco, l’altro che non rientra nel perbenismo. Nell’età della telecrazia, nuova età del Biedermeier, l’arte è coinvolta con la gestione economica, approdando a un’estetica domestica, pronta all’uso, a un’arte che l’artista-mercenario realizza non per un bisogno spirituale, ma pro domo sua.

La musica dovrebbe farsi viatico intelligibile di comunicazione fra gli uomini, non nell’ingenuo senso romantico che vede la musica come l’arte universale, ma in quello di dar corpo a una forma plastica che accolga in sé, come forma mentis ancor prima che tecnicamente, il senso della molteplicità, il rispetto dell’elemento contrario, la con-vivenza con le esigenze di tutti, per realizzare la geo-musica, una musica che più che tempo è spazio, più che storia è geografia, solidale alle culture del mondo.
Dall'egoismo alla solidarietà
 
Perché l'arte in tempo di guerra? Perché l'arte può rappresentare un emblema di libertà e può prefigurare la riconciliazione.
 
Proprio perché siamo in guerra l'arte ci è, ancor più, indispensabile. Diceva Shelley ch'è proprio nel momento in cui l'egoismo e il calcolo superano la vita interiore che la presenza dell'arte si fa decisiva per ridare equilibrio all'uomo. L'arte è inoltre un sismografo sensibilissimo che coglie le tensioni dell'epoca. Il rapporto arte e società non si configura, come negli anni Sessanta/Settanta, con il concetto di art engagé, troppo inchiodato all'evidenza e all'immediato, appiattito sulla concretezza del visibile, oggi l'arte, come l'uomo, reclama uno spazio aperto dove dialogare liberamente, senza ideologie, proclami e bandiere, uno spazio-tempo dei possibili, della testimonianza e dell'innocenza, contraendo l'e(ste)tica in etica. Ma quanti artisti sono disponibili a far intraprendere alla propria arte il viaggio verso l'essenza delle cose, verso la conoscenza e verso il viso dell'altro?
 
In musica il post-Moderno ha prodotto oggetti carini e leggeri, è una musica inautentica, da arredo metropolitano, che si sintonizza sull'immaginario di una piccola borghesia senza ideali, senza valori, senza qualità, attratta solo dai soldi e dall'apparire, che chiede all'arte di abbellire la propria casa e alla musica di riempire il tempo vuoto. L'incultura dell'"evento" non è che la controprova di come la musica venga fruita solo come spettacolo. La musica invece, come l'arte tutta, ancor più in tempi tristi, deve assumersi la responsabilità del proprio messaggio, così come l'intellettuale e l'operatore culturale devono assumersi l'impegno di un progetto che vada al fondo delle cose.
 
Che tristezza la retorica di questi mesi, la protervia dei proclami sulla superiorità della nostra civiltà, il mostrare i muscoli, i fanatismi religiosi, il cinismo di chi è chiamato a fare cultura e invece fa solo il proprio interesse. Che squallore gli uffici degli assessorati alla cultura, regno dei faccendieri, e che rabbia vedere i Teatri e le Istituzioni musicali (tutte gestite come botteghe) programmare la solita musica, come se nulla fosse accaduto, senza che nessuno pensi a dare una sterzata che prenda di petto i temi del mondo in guerra: nessuna progettualità, nessuna idea che ponga le programmazioni musicali in sintonia con le problematiche dell'uomo di oggi, non ci si interroga, anzi si crea un mondo a parte, fatto apposta per i borghesi soddisfatti che, dopo aver visto morire il mondo sotto le bombe, si rincantucciano nella rassicurante poltroncina di platea, cullandosi sulle note della buona musica. Mai come oggi, l'arte intesa come decoro formale, è un'offesa all'umanità.
 
L'io plurale.
 
Pur dando per scontato i condizionamenti, ci sono molte opzioni che l'artista, come del resto l'uomo, può compiere, se riesce a mantenere la sua indipendenza dal mercato e dall'omologazione del pensiero: esistono piccoli spazi e tempi stretti entro i quali è possibile agire, prima che il sistema (politico, sociale, culturale) reagisca, si tratta di un tempo/spazio ecologico che permette di dare una risposta alla globalizzazione e alla ratio della guerra. L'artista deve trovare una salutare distanza, utile a non farsi imbrigliare, a non farsi ridurre in schiavitù dai potenti del mondo. Nel particolare spazio/tempo dell'arte si attiva l'innocenza, che non è né soliloquio né nichilismo, ma complementarietà al mondo, in questo rapporto l'artista avrà agio di esprimere il suo io plurale.
 
Al musicista, come all'uomo comune, è stata tolta l'intimità con le cose, volgarizzando tutto a merce, la spiritualità stessa è stata mercificata, venduta nei corsi new age, nei siti internet, trucidata dalle guerre di religione e dall'odio fra civiltà. Occorre un'arte laica e indipendente che si mantenga lontana dalle forme di automatizzazione sottile prodotte dall'information technology e dall'immaterial capital; l'arte, per mantenere la sua autosufficienza non può che decentrarsi dalle logiche della pianificazione, compiendo un gesto eccentrico, che eccede, supera o neutralizza, i pericoli di questa terza fase del capitalismo, un gesto a latere dei condizionamenti. Qualche nome di chi ha già iniziato l'esodo, in attesa dell'avvento di un nuovo umanesimo: Giorgio Gaslini, che con la sua musica totale lanciò, già anni addietro, un messaggio d'incontro; Mario Cesa, che sa legare la musica a quella della sua terra, realizzando una sorta di antropologia sonora; Nicola Cisternino, che va al cuore del suono, scrostandolo dalle innumerevoli incrostazioni culturali. Oggi, più di ieri, l'artista dev'essere mobilitato, non in apparati o partiti, ma verso la solidarietà, assumendo un profondo senso civile del proprio pensare e agire; è un libero pensatore, assolutamente irregolare rispetto all'intellettuale organico, quest'artista può ancora creare un'arte per l'uomo.
 
Siamo tutti extra-comunitari.
 
Il villaggio globale sarà felice se ogni cultura sarà la nostra, siamo tutti extra-comunitari: all'arte l'alto compito di offrirci un contributo alla realizzazione di una società mondiale rappacificata.
 
 
 
Da Renzo Cresti, nella Rivista "Il Grandevetro" (2001).
 
 
 
Per le tematiche qui trattate cfr. anche la Rivista "Il Grandevetro" www.ilgrandevetro.it



Da Introduzione La musica e le culture diverse, in "Enciclopedia Italiana dei Compositori Contemporanei", III vol., 10 Cd, a cura di Renzo Cresti, Pagano, Napoli 1999-2000
 




Renzo Cresti - sito ufficiale