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La terra che canta, romanzo
Testo letterario, dal romanzo La terra che canta, Jaka Book, Milano 1999.

Prefazione di Andrea Spini
Postfazione di Alberto Pozzolini

Il primo accenno al tema di questo romanzo apparve, col titolo Andare, nell'antologia del 1° Premio Città di Empoli "Domenico Rea", Ibiskos, Empoli 1996


Dal Capitolo La ragazza del lago

Ponchtartrain è un lago situato prima di New Orleans, venendoci dalla casa dei Baldi si vede a destra un pendio erboso dominato da una casa bianca, a sinistra dei pioppeti, di fronte l'orizzonte è segnato da un'ampia curva del lago. L'acqua è piatta, sopra vi scivolano grandi insetti. Sui bordi crescono, ineguali, ciuffi di canne e di giunchi. Piante d'ogni genere sbucano dai canneti, grappoli gialli, fusi di fiori arancioni, zampilli di verde. Intorno alla casa, una tettoia d'ardesia protegge l'orto, dove la terra, lavorata di fresco, forma quadrati più scuri. I meloni luccicano in fila, poi s'alternano fagioli, spinaci, carote e pomodori, fino a raggiungere una distesa di asparagi che sembra un piccolo bosco.

In quella casa vive Lucy, l'amore di Keith. Era la bimba dagli occhi celesti, alla quale il giovane Keith regalava mazzolini di fiori e di stelle, donandoglieli con un bel bacio.

Quando era in giro per i suoi concerti, in mezzo a gente di tutti generi, accanto a qualche donna o nella solitudine di una stanza d'albergo, Keith impugnava una chitarra e pensava a Lucy. Nelle lunghe notti trascorse da solo aveva dimenticato come si morde una mela senza perderne il succo. Nelle notti in solitudine si addenta tutto quello che capita, sbadatamente.

In quel suo vagabondare la frutta era abbondante, ma senza succo. Prendeva la Gibson, una chitarra color amaranto, il colore della nostalgia, uno strumento dal suono tenero, dove vengono bene canzoni romantiche dal tenero erotismo e cantava il vecchio Empty Bed Blues: "lei sapeva come eccitarmi e lo faceva notte e giorno. Faceva l'amore in modo così diverso che quasi mi levava il fiato. Ha quel certo dolce non so che".

Quando rientrava dai tour, la sua Lucy lo aspettava in riva al lago. Le piaceva andare a trovarla sul far della sera, quando la campagna ha una dolcezza di madre, quando i campi si chetano, l'aria è più leggera e gli odori si spandono; quando la tenue luce dell'intima luna campagnola gli si posava sulla pelle, carezzandolo.

Vedeva la casa da lontano e gli prendeva un'eccitazione dolcissima. Si avvicinava al pioppeto, lasciava la macchina e proseguiva a piedi, sia per godersi più a lungo l'eccitazione, sia per cogliere di sorpresa Lucy. Altre volte, quando lei lo attendeva, vedeva il giardino illuminato da fiaccole e il suo amore vestito a festa. Lucy gli si gettava al collo, lo mordicchiava sul naso, lo spettinava, poi lo prendeva sotto braccio e lo portava in riva al lago.

S'immaginava una vita d'amore, d'amore e basta, tanto feconda da colmare qualsiasi solitudine, forte più di ogni felicità, al di sopra di tutte le miserie, dove il tempo si sarebbe risolto in una perpetua espansione di se stessi. Una vita alta e rilucente come un palpitare di stelle.

Nelle sere in cui Lucy era col suo Keith le acque del lago le parevano azzurrine, silenti specchi di una luce incantevole. Una gioia festiva impregnava l'aria.

I pensieri, nel ristagno della sera, affondavano lentamente. La notte alitava sopra i gesti degli amanti, accelerando il ritmo dei cuori.

Le lune estive sono un po' opache, non hanno fuoco, attraggono con la loro smania di essere amate. Sono gelatinose e hanno il fascino della nostalgia.

Quando Lucy incontrò per la prima volta Keith rimase sorpresa, come se una necessità le si fosse manifestata. Lo vide e le parve di averlo sempre visto, lo riconobbe come la parte mancante di sé, come se un dio glielo avesse additato. Fu attirata a lui come a una meta a cui nulla si può frapporre. Capì di aver bisogno di un uomo così, come la Terra ha bisogno dello spazio aperto.

Stavano sempre fuori, qualche volta raggiungevano un padiglione, poco lontano da casa, in fondo a un breve viale, un padiglione il cui unico mobilio era un canapè di stoffa grigia. Sapeva un po' di muffa, ma in primavera inoltrata si stava bene e d'estate era una delizia.

Le pareti del padiglione, sotto il solleone, diventavano roventi, comunque era bello starsene distesi, come lucertole, perché quei muri incameravano l'energia del sole e la trasmettevano agli amanti.

Dal padiglione si vedeva il lago, il pioppeto e nient'altro. Lei restava lì rapita, lui le prendeva le mani e ne contemplava le dita sottili, l'intreccio delicato delle vene, i piccoli nei della pelle, la forma perfetta dei polsi. Più che una cosa, ogni dito di lei, era per Keith una persona.

Talvolta, per un'ora intera, Keith non voleva far altro che tenere le mani di lei nelle sue.

Non le parlava con le parole, ma con le carezze. Porgevano la bocca l'un l'altro, mentre le mani, senza peso, si posavano sul corpo. Lievi eppur con vigore.

Era loro, solo loro, quel toccarsi così.

Lei aveva un sorriso gocciolante miele, sorrideva leggermente e stava immobile.

Non faceva niente per eccitare il suo amore, perduta com'era in quella sorta di negligenza che distingue le grandi gioie.

I suoi gesti s'addicevano bene all'atmosfera languida del lago, si abbandonava a Keith. A Keith capite?

La mattina facevano all'amore nel padiglione, nel pomeriggio nel pioppeto, la sera in camera e la notte sulle rive sabbiose del lago.

Risvegliarsi dopo una notte d'amore era come rinascere.

Destarsi col fuoco in petto e con trepidazione significava assaporare una condizione privilegiata, era trovarsi al centro della vita, dentro il suo cuore palpitante. Il cuore è l'unica cosa che manda un suono dal nostro essere. E' la pulsazione di un centro che si rivela e nel suo rivelarsi diventa vulnerabile, come se confinasse col nulla. Se non si è fedeli a questo sentire primario tutto si riduce all'apparenza, ma per rimanervi fedeli occorre spogliarsi di ogni proprietà, di ogni qualificazione, di tutti i riferimenti comuni, solo così si può trovare quell'intima e segreta correlazione fra innocenza e universalità.

Lucy era beata, abitante del nostro mondo e insieme già di un altro. I beati stanno in mezzo agli altri uomini come ostaggi. Abitano abissi bianchi, luoghi reconditi che solo loro conoscono, dove un tempo sospeso abbraccia cielo e terra. Sono esseri di silenzio.

La beatitudine comporta la povertà, perché tutto viene donato all'amato. Ogni innamorato è beato e sa che l'amore vero è più dolce del più maturo dei frutti.

Ogni innamorato sa che esiste solo l'amore.

Lucy indossava spesso una veste di canapa chiara, lunga fino ai piedi, con leggere bordature di stoffa dello stesso colore, un vestito che piaceva molto a Keith, il quale si divertiva a entrare con le mani sotto la lunga veste e a carezzarle le gambe, a salire fino al pube eppoi su su fino ai seni. Le diceva di non mettersi niente sotto la veste e lei diligentemente ubbidiva, le piaceva il desiderio di Keith.

"Quante volte mi hai tradito, birichino mio, durante i tuoi concerti?" - diceva Lucy carezzandogli i capelli - "Quante volte ti sei lasciato conquistare dalla sorpresa?"

"I blues che ami li suoni sempre su una stessa, unica, chitarra, ogni chitarrista ha la sua chitarra del cuore" - rispondeva Keith - "a volte ti capita di suonare un rock duro, allora devi cambiare chitarra, altre volte suoni una ballata e allora devi prendere un banjo. Il rock e le ballate t'insegnano poi ad arricchire il tuo blues".

Lucy era nella pienezza di donna, momento insieme di tenerezza e di riflessività, nel quale la maturità che comincia mette nello sguardo una fiamma più profonda e la forza del cuore si unisce all'esperienza della vita, tutto l'essere è sul punto estremo del proprio fiorire, si gonfia di ricchezze smisurate, in una sua perfetta armonia.

Mai era stata così dolce, così indulgente. Mai era stata così sicura dei suoi sentimenti, del suo abbandono. Voleva concedersi; ancor prima che avere, voleva dare. Usciva volentieri senza mutandine, per concedersi a Keith in momenti improvvisi, immediatamente.

Nei momenti di abbandono, Lucy abbassava le palpebre, inerte, e aspettava che lui le si facesse più vicino, chinandosi su di lei, contemplandola, baciandola prima con dolcezza, poi avidamente. Spesso nell'abbandono le ritornavano in mente immagini lontane.

Come nelle favole, il tempo della memoria diventa spazio, vi regnano silenzio e mistero. Come nella notte, come le acque del lago, il tempo si sospende.

Il tempo passa eppure è fermo, come una sorta di spirale, che gira e punge.

Alcune persone vivono come nelle favole, hanno un loro tempo e un loro spazio. Incantato come la notte, fermo come l'acqua del lago. Un tempo riflessivo e perduto, dove ogni tragedia diventa languida e dove ogni languore copre un lutto.

Alcune creature vivono come le piante, immobili eppur vive, immerse in una felicità estatica. Esse aspettano, attendono che la vita le attraversi, aspettano le notti e i giorni, il caldo e il freddo, aspettano se stesse su una soglia enigmatica, dove il viaggio si muove solo in profondità. Come alberi ben radicati nell'humus della terra e protesi verso il cielo, queste creature vivono nel presente, a tutto rinunciando. Sono le creature che sanno dissetarsi con l'acqua piovana e vivere dei raggi del sole. I loro viaggi sono divini.

Gli uomini più fortunati sono quelli educati dai meli, dalla pioggia e dal sole, essi sanno stare nell'orto e con gli animali, conoscono un buon numero di canzoni e le cantano con gioia, anche quelle che raccontano della vita che passa.

Una volta, mentre in camera sua Keith l'accarezzava, Lucy si alzò di scatto e corse a cercare nell'armadio una vecchia scatola di biscotti, dove conservava le lettere d'amore. Dapprima trovò un fazzolettino, cosparso di piccole macchie scolorite: "sai amore, cos'è questo? E' il fazzoletto col quale mi hai asciugato il sangue la prima volta che abbiamo fatto all'amore. Io, in tutta la mia, vita ho fatto all'amore solo con te e tu con centinaia di donne, eppure ti amo proprio per questo tuo pellegrinaggio esistenziale, per i mille itinerari che ti hanno arricchito, che ti hanno fatto ciò che sei. E tu mi ami proprio perché sono la tua dimora, la permanenza, l'elemento che ti aspetta, che da' un senso al tragitto, che misura le distanze, che ti chiama al centro, mentre sei nelle più disperse periferie.

Queste lettere sai cosa sono? Le tue prime, quelle di anni fa, quando dai luoghi dei concerti mi scrivevi tutti i giorni. Ma ancora oggi, per noi, nulla è cambiato, sempre innamorati l'uno dell'altra, l'uno del viaggio, l'altra della casa".

Lesse qualche lettera e si commosse. Le leggeva e le buttava sul pavimento, così la stanza divenne un grande tappeto di frasi d'amore. Si gettò fra le braccia di Keith e lasciò che il silenzio scandisse il trascorrere delle ore, poi si alzò e andò a prendere una chitarra, chiedendo a Keith di suonare Walking Blues, quella splendida canzone che dice: "ho camminato e camminato, avevo poco tempo per farlo e una lunga strada davanti, per cercare l'uomo e la città che mi chiama a sé". Keith cantò quel pezzo con una melanconia dolcissima e lo cantò più volte, fino a quando Lucy non si addormentò.

"Incontrare gente, lavorare sodo, avere tanti amici, avere tante donne, essere disponibile alle occasioni e alle emozioni, questo non è solo un modo per vivere intensamente" - pensava Keith - "ma è l'unico modo per vivere di più. Non conta arrivare a 80 anni, quando la forza e l'energia si stanno esaurendo, quello ch'è importante è approfittare della vita negli anni ruggenti, prendendo quello che la vita ti pone davanti, come un dono. E' per questo che bisogna camminare molto e dormire poco, essere pronti e svelti per non lasciarsi scappare le occasioni, essere attenti al richiamo della vita. Lasciarsi andare."

Per vivere di più, Keith viveva esperienze parallele: il suo centro, la sua Terra, era Lucy, ma percorreva le infinite strade della periferia, l'Aperto del Mondo, amava intensamente anche le altre donne, desiderava sempre altri incontri.

Respirava i profumi della campagna, del lago, ma sentiva il bisogno d'alcool e di spinelli.

Avrebbe voluto nascere contemporaneamente in cento famiglie diverse, in cento stati, per fare cento vite differenti.

Voleva esistere solo per le sue chitarre, ma invidiava il padre contadino, gli amici pescatori, i ragazzi delle strade di New Orleans.

Stava al mondo con occhio vigile e sentimenti accesi, per cogliere ogni frutto.

Amava dormire nelle lenzuola lavate di fresco dalla mamma e disperdersi fra le folli braccia del vento.

Avrebbe voluto morire sui seni di Lucy e, contemporaneamente, nella peggiore osteria del porto, crepando insieme a vecchi neri avvizziti.

Avrebbe voluto trapassare a miglior vita e incontrare Satana con la pelle bianca e Dio con la pelle nera.

Lucy si rendeva conto che Keith era quell'uomo straordinario che era, perché era pieno del Mondo e sapeva che nessuno avrebbe potuto trattenere Keith dal non viaggiare nel Mondo. Lei non doveva chiudere la sua visuale, ma costituire un mondo complementare, rappresentare per Keith la forza centripeta della Terra. Non era gelosa, anzi era realmente felice quando vedeva accrescersi in Keith la sua forza vitale, anche se non dipendeva da lei l'accrescimento. "Date alla vostra mucca un ampio pascolo" - diceva un proverbio - "è il modo migliore per controllarla".

Il mondo è percorso da mille cuniculi e sono tutti abitati. A Keith piaceva vagare fra questi cuniculi e scoprirne i segreti, godendosi le sorprese e assaporando i doni. Vivere è consegnarsi allo spazio aperto, è abbandonarsi al tempo, all'assenza del tempo, in momenti estatici dove l'io sa veramente aprirsi al Mondo. Per non disperdersi e perché l'aperto del Mondo costituisca un'esperienza esistenziale, occorre che accanto allo spazio dilatato del viaggio ci sia l'esercizio del raccoglimento, in modo che l'esperire sia accessibile alla coscienza.

L'acquisizione della realtà esterna non può che avvenire tramite il momento della meditazione, dove il sapere arcaico della Terra riduce in essenza l'esperienza del viaggio.



Dal Capitolo Quando l'amore vi chiama, seguitelo

Chi ama è un esploratore di silenzi, molto rimane nel suo cuore, poco ne esce. Ci dona sogni da sognare.

Senza parole era l'amore di Lucy, velato. Un amore che incorona e scuote, per rendere spogli.

L'amore sa costruire una casa fantastica, con frammenti di stelle.

L'amore non dona che se stesso e nulla prende se non da se stesso. L'amore basta all'amore.

Lucy non pensava di condurre l'amore, poiché è l'amore stesso che, se ci trova degni, conduce a lui. Bisogna dissolversi ed essere come un ruscello che canta la sua melodia alla notte.

Destarsi all'alba con un cuore alato e rendere grazie per un nuovo giorno d'amore. Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi che dona l'amore. Rientrare in casa, alla sera, pieni di gratitudine. Addormentarsi con una preghiera per l'amato nel cuore e un canto di lode sulle labbra.

I sentieri della vita di Lucy avevano la fragranza di un giardino fiorito e lei sognava del suo domani, come le viole sognano della primavera, seguendo un richiamo di bellezza.

Dicono gli stanchi che la bellezza è fatta di lievi bisbigli, mentre gli irrequieti la sentono gridare tra i monti. Dicono i pescatori nella notte: "la bellezza sorge insieme all'alba, da oriente". E nel pieno meriggio dicono i contadini: "la vedremo sorgere con la frescura del tramonto". Nell'afa estiva dicono i mietitori: "la vedremo danzare con le foglie d'autunno", mentre in inverno la bellezza viene con la primavera, danzando di colle in colle.

La bellezza non è un bisogno, ma un'estasi. E' un cuore infiammato e un'anima incantata. Non è un'immagine che vorreste vedere, né un canto che si vorrebbe udire, è piuttosto l'immagine che si vede tenendo serrati gli occhi e il canto che si ode nel silenzio. La bellezza è la vita stessa, quando la vita disvela il suo volto.

Lucy viveva in una sorta di limbo, come su una soglia fra la realtà e un'estasi infinita. C'erano in lei silenzio e mistero.

Di colpo non c'era più niente al mondo, tutto scompariva, rimanevano solo il lago, l'orto, Keith, vissuti con un sentimento di febbre amorosa.

Caldo era lo spazio della nicchia di Lucy, come una tana scavata nella roccia. Aveva scoperto il segreto del lago, meditando su una goccia.

Per Keith, lei era un angelo fieramente umano. Le diceva: "non tormentare i tuoi capelli, vadano come vogliono. Sul petto e sulle spalle, senza forcine, ridano. Svincolati, come nera cascata, volino".

Lucy si avvicinava furtiva al cuore di Keith, voleva entrargli dentro, per carpirne i segreti. Keith era il suo labirinto.

Quando Lucy incontrava Mary, le intonava un'antica melodia che diceva: "davanti a te ci sia musica e canto / gettati alle spalle crucci e pene / e volgi l'animo alla gioia / finché si leverà il giorno / in cui dovremo viaggiare / verso quella terra che ama il silenzio / fino a che vivi splendi!"

Lucy bilanciava, col suo candore sospeso, le nevrosi quotidiane di Mary. A volte la invitava al lago, lei ci stava qualche ora, poi s'immalinconiva. Una malinconia che le veniva non solo dal noioso placido distendersi di un'enorme pozza, ma anche dal sentirsi infelice, in un certo senso inferiore, rispetto a Lucy. Era una tristezza che si mescolava a una punta dolce d'invidia.

Il padre di Lucy affittava le barche sul lago, ai pescatori dilettanti, alle famigliole che volevano fare una gita la domenica, agli amanti. La primavera era un gran movimento, d'estate la gente veniva solo alla sera, mentre d'autunno il lago si animava nelle ore più calde e d'inverno lo lasciavano in pace. Nella fredda stagione, il padre si dedicava ai lavori di manutenzione, aggiustava, riverniciava, si preparava per la nuova primavera. Da quando Lucy aveva perso la madre, morta giovane, lasciando lei poco più che ragazzina, accudiva la casa, preparava il pranzo e la cena, un gran dolce alla domenica e vino buono, una rarità da queste parti. Aveva cura di comprare i vestiti al padre e di mandarlo dal barbiere tutte le settimane.

Il ricordo della madre l'avvolgeva sempre, anche quando non ci pensava. Sentiva nella casa l'odore materno, una sorta di profumo atavico. E sempre aveva di fronte gli occhi della mamma, amorevoli e profondi come il lago, occhi che ora le parevano enigmatici, perché in quegli occhi non solo c'era amore, dolcezza, sorriso e gioia, ma anche dolore, ansia, miseria e morte.

Il volto materno se lo vedeva dappertutto: era il nero di New Orleans, il contadino e il pescatore, era la vita che moriva per risorgere. Era la natura.

Il viso della madre appariva disegnato dalle nuvole nei cieli aperti e sulle onde del mare, era le venature dell'albero vicino casa e la bontà dei frutti. Nel giardino e nell'orto, Lucy incontrava sua madre.

Nell'orto l'aspettavano i suoi strumenti, ogni arnese le era amico: il canestro, la zappa, il rastrello. S'incamminava, al mattino presto, sul breve sentiero che dalla casa portava all'orto, rasentando un piccola selva di fiori. Un enorme cactus, alto circa quanto un ragazzo di dieci anni, cresceva vigoroso, allontanava con braccia ostili ogni contatto e faceva da guardiano all'orto. Ai suoi piedi si era insediato, chissà da dove, un trifoglio nano e brunastro, che il cactus tollerava.

Lucy, ancora sulla ghiaia davanti a casa, si chinava a sbarbare qualche piccola erbaccia, spuntata fra i sassi, poi si fermava sotto l'ombra intermittente del fico a osservare lo stato di salute dei suoi fiori. Arrivata nell'orto, prendeva un paniere, con sterco di coniglio e cenere, e concimava le verdure. Il sentiero serpeggiava e in fondo c'era una tettoia, rifugio degli arnesi. Qui si ammucchiavano ceste e vecchie bottiglie.

Al sole si scaldavano i ramarri, gonfiando l'azzurro del collo, con delizia. I girasoli inclinavano, sopra lo stelo piegato dal vento, il loro capone pesante, tondo, luminoso e giallo come un piccolo sole, si nutrivano della terra e la nutrivano a loro volta, quando a fine estate, piegavano i loro corpi voraci, oramai stanchi e rassegnati, e si donavano alla terra, dando vita a un nuovo ciclo.

Vicino a questa tettoia si trovava la cisterna, alimentata da una sorgente non lontana. La gente del luogo sosteneva che fosse una fontana davvero speciale, perché era fresca d'estate e tiepida d'inverno, una benedizione per le piante e per l'uomo.

Erano da ammirare le carote di Lucy, così rigogliose e sane. Agitavano il loro ciuffo tenero e odoravano intensamente. Il ciuffo della carota le riportava un sapore d'infanzia, quando con denti robusti, addentava il tubero rosso.

Mentre si occupava dei pomodori, filare per filare, passava la mattinata, l'ombra scompariva e l'afa esalava dal terreno. Allora Lucy si accoccolava sull'erba, all'ombra di un albero, e si metteva in ascolto: sentiva la gente che passava in lontananza, camminava con pesanti scarpe da contadino, lentamente, vociando, raccontando di questo o di quello. A volte rimaneva così per delle ore, in perfetto e divino silenzio.

Lucy era grata al suo orto per i molti sogni e pensieri, per una felicità senza fine e senza tempo, per ciò che le insegnava sui cicli della vita e della morte.

Con i suoi composti, di foglie e legnetti bruciati, aiutava ciò ch'era morto a mutarsi nella rigenerazione. Per lei valeva molto la terra bruciata, era la sola a praticare questo rito, gli altri contadini della zona usavano prodotti chimici, per migliorare il terreno, per purificarlo. Nessuno aveva più il tempo di stare a preparare la terra al fuoco. Ma Lucy era un poeta e scontava un divino privilegio: di non vivere solo nel presente, ma di sapersi liberare dal tempo, questo in passato era considerato un grande dono e si chiamava estasi.

Una volta, nei tempi quando l'uomo era vicino alla natura, regnava la fede che nel fuoco si potesse salvare la terra, rinnovandola e rendendola feconda. La cenere, faticosamente setacciata, valeva il migliore dei concimi. Lucy non la spargeva per tutto l'orto, ma solo le verdure più preziose e i fiori più cari erano considerati degni di una porzione di questo sublime raccolto, di un fuoco catartico e di un rito.

Oggi questi lavori sono irrisi, ma per l'uomo che medita, per il sognatore, per l'uomo sensibile, hanno ancora un valore, sono lavori sacri, come quelli che placano l'animo umano, attraverso il fare contemplativo.

Mentre lavorava, inginocchiata a terra, senza volerlo seguiva un ritmo, e con il ritmo s'affacciava alla mente una melodia, all'inizio era un mormorio senza nome, poi diventava un blues e aveva la voce di Keith.

La musica era per Lucy quello che era il suo orto: nel tempo della gioia era gioco e felicità, mentre nel tempo dell'affanno e dell'errore era conforto e sapienza.

All'ora di pranzo, malvolentieri rientrava a casa, per compiere il suo dovere di massaia. Si lavava le mani, si rinfrescava con una veloce sciacquata e, in un attimo, preparava la mensa. Il padre consumava voracemente la scodella di zuppa, le raccontava delle gente giù al lago e le diceva che avrebbe avuto piacere che sua figlia, qualche volta, andasse con lui, non tanto per aiutarlo, ma per far vedere a tutti la sua bella figliola. Che la smettesse di andare sempre nell'orto e che se non voleva seguirlo al lago, andasse in città, a far compere con qualche amica. "Per dio, non puoi sempre stare in mezzo agli ortaggi, sei una donna come tutte le altre, non sei una dea della terra!" Per accontentare il padre, qualche volta Lucy lo seguiva al lago.

Esistono persone cresciute in gesti di antica onestà. Riescono a trovare una segreta complicità con le cose, perché non sono gettate nella vita, ma raccolte nel cuore di essa. Sono persone nascoste alla storia. I loro viaggi avvengono in paesaggi piccoli, ma è proprio la limitatezza dell'orizzonte che consente loro di porgere attenzione a ogni sfumatura, con l'amore di chi si china, s'inginocchia e prega.

Come le farfalle sono misteriose e ci stupiscono. Paiono scese dal paradiso, in veste nuziale, diafane e vellutate. Sembra che quando passano la terra si metta in ascolto. Simili alle farfalle, queste persone concentrano in un attimo d'eternità la pienezza della vita, seducendo e cullandosi, lentamente, in danze lievi e trasparenti. E dopo la danza svaniscono. Che delusione non vederle più e che tristezza la brevità della loro danza!

Come le farfalle, queste creature ci rendono un po' tristi perché ci ricordano della crudeltà del tempo che passa e va.

Sul lago, Lucy aveva un amico, un ragazzo che sembrava già vecchio, con occhi dalla maturità precoce, dalla bocca ricurva che esprimeva una continua smorfia di dolore e tra le sopracciglia era incisa una ruga profonda.

Era uno di quei fanciulli che crescono con occhi profondi, che di nulla sanno, crescono e muoiono, concedendosi al destino, all'improvviso cadendo giù, senza chiedersi perché, senza domandare.

A dir la verità non era proprio un suo amico, sia perché era molto più giovane di lei, avrà avuto, sì e no, una quindicina d'anni, sia perché non sapeva niente della sua famiglia, della sua vita, s'incontravano per caso. Quelle poche volte che Lucy andava col padre al lago, lo trovava sempre lì, in silenzio, a pescare.

Tacendo, s'accoccolava immobile, imparava l'economia del respiro, assaporava il suo cuore e quella realtà che gli stava intorno, una realtà tutta sua, particolare, infatti bastava che un uccello cantasse, che un cane abbaiasse, e lui restava a lungo in ascolto, raccolto, col batticuore.

Tutto era denso di realtà, tutto era profondo di magia: bello era il mondo a considerarlo così, semplicemente, in una disposizione d'animo infantile. Un mondo fiducioso nelle cose, un mondo oltre le cose.

Il ragazzo s'incantava a guardare l'acqua del lago e più la guardava e più era affascinato, le era riconoscente. Vi vedeva mille volti, tutti differenti, li osservava bene ed erano sempre il suo. E sulle rive del lago, il ragazzo rimaneva stupito, senza più sapere cosa fosse il tempo.

Appena vedeva Lucy gli si illuminavano gli occhi, era quella ammirazione assoluta che un ragazzo offre, senza riserve, come un animalino, ogni volta che si imbatte in una persona vera, sincera, che sente amica.

La pesca che praticava era primitiva, senza una vera attrezzatura, perché non aveva canne, né filo trasparente o mosche artificiali, perfino l'amo era fatto con uno spillo ritorto. Aveva un'istintiva conoscenza di tutti i freddi abitatori del lago, conosceva le loro abitudini, i loro segreti.

Lucy fissava sotto quel liquido buio, dove abitavano i pesci, mentre il ragazzo con un'occhiata di avvertimento, alzando silenziosamente il dito, le indicava dove guardare, allora lei, intravedeva anime argentate, dorsi sottili e sfuggenti, occhi ramati.


In quegli attimi in cui riusciva a osservare i pesci prima che questi si eclissassero del tutto, Lucy era colta dall'enigma delle creature.

Un giorno Lucy seppe che il suo piccolo amico era morto.

Non riuscì a sapere la causa della morte, si era spento come un soffio, un alito, in nulla. Si era calato nelle quiete profondità del lago.

Non si perderà nel lago, troppo bene lo conosceva.

Ma chi era quel ragazzo? Dove echeggerà il suo silenzio? Verso quale tramonto s'è incamminato? Sarà fiore e abiterà i riccioli dell'erba sul lago o sarà goccia? Sarà frutto o sarà uccello? Sarà parola non udita o gioia smarrita? Cos'ha osservato nel punto di morire: il cielo, la terra o l'acqua? Qualunque cosa abbia visto, sarà stato congedato con un palpito d'amore.

Pensò che si fosse mutato, per dolce incantesimo, nel re dei pesci del lago. Lui, come lei, essere silenzioso e appartato, smarrito fra gli uomini trovava così, nel gelido brivido delle acque e nei tesori nascosti degli abissi, la sua vera dimora, nel regno di liquido argento, nel regno della dorata oscurità, dove, pettinate dalla corrente, lunghe chiome d'alga fluttuano, adagio.
 
 

Recensione
Fra le tante recensioni mi piace riproporre, in sintesi, quella uscita sulla Rivista "Il Grandevetro" n. 149, santa Croce sull'Arno novembre 1999, intitolata Romanzo in blues.

Come scrive giustamente Andrea Spini nella succosa Prefazione si tratta di un conte philosophique, in cui gli eventi si situano in un luogo specifico (la Luisiana) ma sono appena accennati, ridotti a poche situazioni fondamentali, per lasciare spazio all'analisi leggera delle situazioni umane. Lo 'sfondo' stesso diventa interiorizzato, tema del racconto. /.../ La lunghezza delle riflessioni e il ritmo lento consentono di assaporare ogni particolare. /.../ La scrittura procede con raffinata eleganza, da altri definita scrittura alta, piana e avvolgente, come le acque del Mississippi, attorno al quale si svolgono i pochi fatti. Ogni situazione viene arrestata nel suo svolgimento, utilizzando la tecnica del rallentando, in modo da essere trapassata da uno sguardo che si interroga sul significato di ciò che legge. /.../ I vari capitoli sono tutti ben congeniati, in modo da sviscerare un tema specifico. /.../ La scrittura segue un pensiero sperimentale che è il nemico maggiore del pensiero sistematico e l'amico più vicino al pensiero poetico. La scrittura, come i personaggi, si lascia andare, seguendo ciò che nello scrivere si profila, prendendo la vità così, come viene, Va la vita spandendosi e ci prende, è il titolo, esemplificativo, di un bel capitolo. Molto belli sono i titoli come ogni incipit, una vera prosa d'arte ma leggera e scorrevolissima. Dal pensiero sperimentale deriva un vivere libero, un vagabondare che ha nel viaggio la propria finalità. /.../ Legati al tema del viaggio sono quelli del destino e dell'eterno ritorno: "non sono io che sono andato incontro alle cose" - dice Keith, il bluesman protagonista del romanzo - " sono le cose che mi hanno preso. Cosa abbiamo noi in comune con le piante? Diciamo sì al nostro essere."

La musica blues, che accompagna ogni pagina, è un tornare alle cose prossime. Come disse Gaslini, nella presentazione del libro a Milano, dove il Maestro suonò al pianoforte dei blues, in questo romanzo si sentono i ritmi scarni del blues. Il chitarrista Keith chiede alla vita il permesso di stare a guardare, in un'eterna domenica del cuore. /.../ L'amante di Keith, Lucy, vive in uno spazio sospeso: "lo spazio di Keith era aperto, mentre Lucy non aveva uno spazio reale." /.../

Un'originale e lunga serie di dediche chiude il libro, scorrono nomi e frasi e divengono un vissuto collettivo. Il romanzo viene a configurarsi anche come un brano musicale, con le sue regole, i suoi tempi, le sue improvvisazioni: "i musicisti erano capaci di provare per ore, provare una canzone per giorni, finché non la sapevano suonare alla perfezione. Durante i concerti però dimenticavano tutto e improvvisavano, come se le ore di studio altro non fossero che la preparazione all'imporvvisazione, proprio come avviene nella vita."







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